Scienza

Uno studio mette in duscussione il “touch Dna” come prova di un omicidio

Il Dna come prova di un omicidio è in discussione secondo un recente studio. Il Dna ritrovato sulla scena del crimine non costituisce necessariamente la firma genetica dell’assassino: la traccia biologica può appartenere anche a persone che non sono mai state sul luogo del delitto, e può arrivare semplicemente perché ‘trasferita’ da altri. Lo dimostra lo studio dell’università Sapienza di Roma, coordinato dai genetisti Antonio Filippini e Carla Vecchiotti, che invitano a ripensare il ‘peso’ della prova del Dna in molti processi penali anche famosi.

Lo studio mette in discussione il  ‘touch Dna’

Finora si era portati a pensare che il cosiddetto ‘touch Dna’, ovvero il Dna che viene lasciato toccando oggetti o persone, potesse costituire una prova inconfutabile di colpevolezza. In realtà, gli studiosi della Sapienza hanno scoperto che l’impronta biologica di un individuo può trovarsi su un oggetto o una persona che non ha mai toccato, ma nella quale è stata semplicemente ‘trasferita’ da altri. Il ‘touch Dna’, infatti, non sarebbe rilasciato dalle cellule dello strato più superficiale della pelle; sarebbe invece prodotto dalle ghiandole sebacee, concentrate soprattutto nelle regioni pilifere del corpo umano. Di conseguenza, poiché nel palmo delle mani non sono presenti ghiandole sebacee, il touch Dna è solo veicolato dalla mano che lo ha prelevato da un’altra parte del corpo, il proprio o quello di un altro individuo: perciò il profilo genetico rilevato sull’oggetto non coincide necessariamente con quello della mano che l’ha toccato.

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