Politica

Fusioni dei Comuni, ecco cosa prevede la proposta di legge

I piccoli comuni protestano contro la proposta di legge sulla fusione obbligatoria dei piccoli comuni con popolazione inferiore ai 5000 abitanti,  presentata l’11 novembre 2015 per iniziativa dei deputati.Lodolini, Fanucci, Zoggia, Ascani, Paola Boldrini, Bruno Bossio, Fedi, Fragomeli, Gandolfi, Giuseppe Guerini, Lattuca, Naccarato, Patriarca, Pelillo, Petrini, Salvatore Piccolo, Porta, Sbrollini, Valeria Valente, Zan

La  proposta di legge  stabilisce innanzitutto che il limite minimo di abitanti perché possa esistere un comune è fissato nella soglia di 5.000 abitanti. Essa modifica pertanto il  testo unico di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000, introducendo un nuovo comma nell’articolo 13.

Dopo 24 mesi dall’entrata in vigore della legge i comuni che non si adegueranno perderanno i finanzimenti

Trascorsi poi ventiquattro mesi dalla data di entrata in vigore della legge, le regioni provvederanno con legge alla fusione obbligatoria di tutti i comuni la cui popolazione sia inferiore a 5.000 abitanti e che non abbiano già avviato di propria iniziativa procedimenti di fusione.
Quindi, di fatto, i comuni avranno due anni di tempo per procedere autonomamente, dal basso, e secondo criteri di omogeneità a predisporre fusioni al fine di costituire comuni che abbiano almeno 5.000 abitanti.  Qualora non lo facciano autonomamente nei primi due anni, in base all’articolo 2 della proposta di legge, saranno le regioni, con propria legge, a provvedere. In tal caso però i comuni perderanno il diritto a tutti i benefici previsti dalla legge per incentivare le fusioni di comuni.

Dopo 4 anni se le Regioni non adotteranno la fusione perderanno il 50% dei trasferimento erariale

Infine, all’articolo 3 è introdotta una i norma di chiusura: trascorsi quattro anni dalla data di entrata in vigore della legge, le regioni che abbiano omesso di adottare le necessarie leggi regionali saranno sottoposte a una decurtazione del 50 per cento dei trasferimenti erariali in loro favore, diversi da quelli destinati al finanziamento del Servizio sanitario nazionale e al trasporto pubblico locale.

Tale norma, quindi, dovrebbe costituire un reale incentivo nei confronti delle regioni, che sono spinte a emanare le leggi se non vogliono incorrere in un drastico taglio da parte dello Stato delle risorse erariali loro destinate.

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