Italia

L’Unione Europea riparte da Roma dopo 60 anni

 La celebrazione, ieri in Campidoglio,
del 60esimo anniversario del Trattato di Roma sulla Cee non è stata, come si poteva temere, un esercizio pomposo di retorica autocelebrativa e autoreferenziale, ma un momento davvero storico in cui l’Unione europea, senza ormai più la Gran Bretagna, ha
finalmente preso atto dei propri errori e della necessità di riconquistare la fiducia dei propri cittadini. E i Ventisette
hanno riaffermato solennemente la propria volontà di proseguire insieme, uniti, la strada verso il proprio futuro comune europeo.

Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, ha espresso in modo eloquente questa presa d’atto e questa volontà comune. Nel suo
discorso, ha riconosciuto che l’Europa comunitaria, dopo i successi dei primi decenni, ha sbagliato, è arrivata in ritardo e ha perso in gran parte la fiducia dei suoi cittadini quando il mondo è cambiato, quando sono arrivate la globalizzazione, la crisi economica e finanziaria, la crisi migratoria.

Dall’ammissione onesta degli errori si può veramente ripartire, e c’è davvero la volontà di farlo. Questo è il messaggio di

Gentiloni
e anche, sebbene espresso in modo più paludato, della Dichiarazione di Roma sottoscritta dai Ventisette.

Gentiloni non ha perso l’occasione per puntare il dito contro quello che è stato forse il più grave errore degli ultimi anni:
la gestione, economicamente fallimentare, della crisi dell’Eurozona sotto la leadership tedesca e le decisioni della Commissione europea (soprattutto quella di Barroso, molto meno quella di Juncker), le mancate risposte sulla crescita e sul lavoro. “Serve il coraggio – ha detto il premier italiano – di voltare pagina, abbandonando una visione della nostra economia che talvolta sembra affidata a piccole logiche di contabilità a
volte arbitraria”.

La Dichiarazione di Roma, alla fine, l’hanno firmata tutti.
Anche il primo ministro greco Alexis Tsipras, che aveva mantenuto fino alla vigilia una riserva. Tsipras aveva già ottenuto un rafforzamento del paragrafo sull’Europa sociale (dove è stato inserito, ad esempio, l’impegno alla lotta alla disoccupazione), ma soprattutto ha avuto, venerdì, rassicurazioni pubbliche da parte del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker sulla
tutela dei diritti del lavoro e della contrattazione collettiva in Grecia, minacciati dalle pressioni dei creditori di Atene e in particolare del Fmi.

Anche la premier polacca Beata Szydlo: nella sua giacca giallo canarino che si accordava con la luminosa primavera di Roma, prima ha fatto finta di esitare, poi ha sorriso e allargato le braccia dopo aver firmato. Fino a pochi giorni fa aveva fatto credere di essere pronta a guastare la festa col suo dissenso,come aveva già fatto a Bruxelles, il 9 marzo, cercando invano di bloccare la rielezione del connazionale Donald Tusk alla presidenza del Consiglio europeo.

Ma lo “sherpa” di Szydlo, in realtà, già il 20 marzo aveva dato il suo via libera al testo pressoché definitivo della dichiarazione, dopo che tutto il paragrafo sull’Europa a più velocità era stato attentamente riformulato, diventando un semplice richiamo alle “cooperazioni rafforzate” già previste dal Trattato Ue, e non una strategia per creare un’Europa di seria A e una di serie B, come temevano non solo la Polonia ma diversi altri paesi dell’Est.

Poco prima, comunque, Tusk si era tolto un grosso sassolino dalla scarpa, facendo nel suo discorso (sentito e molto personale, probabilmente il migliore da quando presiede il Consiglio europeo) un chiaro riferimento polemico al governo polacco e probabilmente anche a quello del premier ungherese Viktor Orban:
“Ho vissuto per più della metà della mia vita dietro la Cortina di ferro, dove era vietato anche sognare i valori” sui cui è
fondata l’Unione europea: “Quella, allora era davvero una Europa a due velocità”. Oggi, ha continuato Tusk, “la nostra Unione è la garanzia che libertà, dignità, democrazia e indipendenza non sono più solo i nostri sogni, ma la nostra realtà quotidiana”.

Poi, l’affondo: “Molto più importante che protestare contro l’Europa a più velocità è che noi tutti rispettiamo le nostre regole comuni, come i diritti umani e le libertà civili, la libertà di parola e la libertà di riunione, i pesi e contrappesi della democrazia, e lo stato di diritto. Queste sono le vere fondamenta della nostra unità”. Il governo polacco, va ricordato, è ai ferri corti con la Commissione europea che lo accusa di non rispettare pienamente lo Stato di diritto e la separazione dei poteri.

Il premier italiano Gentiloni, nel suo discorso,  ha ricordato l’ammonimento di Jean Monnet, uno dei più illustri “padri fondatori”, artefice della Comunità europea del carbone e dell’acciaio. “Non possiamo fermarci quando attorno a noi il mondo intero è in movimento”, diceva Monnet.

“Purtroppo invece lo abbiamo fatto: ci siamo fermati. E questo – ha osservato il presidente del Consiglio – ha provocato in una parte della nostra opinione pubblica, che si è rivelata addirittura maggioritaria nel Regno Unito, una crisi di rigetto che ha fatto riaffiorare chiusure nazionalistiche che pensavamo
consegnate negli archivi della storia”.

“Ecco, quindi, il vero messaggio che deve venire dalle celebrazioni di oggi – ha detto Gentiloni – il messaggio che abbiamo imparato la lezione, che l’Unione sceglie di ripartire”.
Ma, ha continuato, “per ridare spinta al progetto dell’Unione dobbiamo anzitutto restituire fiducia ai nostri concittadini. E quindi crescita, investimenti, riduzione delle disuguaglianze, lotta ala povertà, politiche migratorie comuni, impegno per la sicurezza e la difesa; ecco gli ingredienti, i pilastri per restituire la fiducia”. Ma “serve il coraggio di voltare pagina” sull’economia, “di procedere con cooperazioni rafforzate, dove è
necessario e quando è possibile”, e “di mettere al centro i nostri valori comuni”.

“Per concordare la dichiarazione che firmeremo oggi – ha ricordato ancora il premier italiano – tutti abbiamo rinunciato a qualcosa in nome dell’interesse comune: è lo spirito giusto per ripartire, senza assurde divisioni fra Est e Ovest, Nord e Sud, grandi e piccoli paesi; ripartire per dare fiducia ai nostri
concittadini. 

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