Geopolitica

Iraq: dallo Stato nazionale alla guerra di George Bush

L’Iraq è il tipico modello di astrazione nazionale realizzato dalle potenze europee dopo la Prima guerra mondiale. Non era mai stato uno stato-nazione o un impero ma il suo nome indicava il nome arabo per designare la Mesopotamia (nella regione si sono costituiti imperi vasti e potenti: gli assiro-babilonesi e la dinastia degli Abbasidi).

La Gran Bretagna aveva conquistato le tre province che appartenevano all’Impero ottomano nel 1917 e ottenne alla Conferenza di Sanremo, nell’aprile 1920, il mandato sull’Iraq dalla Società delle Nazioni (le province o vilayet di Bassora, Baghdad e Mosul).

Nonostante la maggioranza della popolazione fosse costituita da sciiti, che si erano opposti al mandato britannico, e dai curdi che rappresentavano un quarto della popolazione, il nuovo stato iracheno veniva governato dalle famiglie arabe sunnite.

Si realizzò una costruzione artificiale, un mosaico di popoli, ed un tentativo di dare un’identità nazionale a popolazioni diverse con caratteri etnografici differenti. «Questo nuovo stato, dai confini definiti artificialmente, portava dunque in sé i germi della divisione».

L’Iraq diventa monarchia costituzionale nel 1930

Concepito sul modello di un tipo Stato nazione-europeo, l’Iraq diventò una monarchia costituzionale, ma ben presto si trasformava in un protettorato britannico. Nel 1930 fu firmato un trattato con l’Inghilterra che concedeva all’Iraq l’indipendenza in cambio di un controllo sulla politica estera, controllo sulle attività petrolifere, attraverso la “Iraqi Petroleum Company”, e l’installazione di due basi aeree. Dopo aspre contestazioni da parte dei nazionalisti due anni dopo, nel 1932, l’Iraq ottenne l’indipendenza.

Dopo la Seconda guerra mondiale l’intero ordine in Medio Oriente fu stravolto dall’emergere di diversi movimenti nazionalistici e socialisti. Vi era un forte malcontento per la presenza delle basi militari britanniche, il controllo sulle risorse petrolifere. Ma a far crollare la monarchia fu l’esercito, l’istituzione irachena più forte.

La monarchia hashemita fu rovesciata il 14 luglio 1958 quando un gruppo di ufficiali liberi si impadronì del potere con un colpo di stato militare. Fu proclamata la Repubblica e uno di golpisti il generale Abd al-Karim Qasim instaurò un regime personale dopo aver eliminato tutti gli altri golpisti.

Con un colpo di Stato militare si insedia il Governo del colonnello Arif

Nel 1963 un putsch militare rovesciò il Governo di Qasim, guidato dal colonnello Arif che si alleò al Partito socialista arabo Ba’t. Fondato nel 1952, il partito Baath(Hizb al-Ba’ath al’arabi al-ishtiraki, partito della rinascita araba), nasceva su iniziativa di militanti provenienti dalla Siria, dove il partito nacque coniugando socialismo e nazionalismo panarabo, puntando all’unione dei popoli arabi contro ogni forma di ingerenza straniera.

Qasim fu arrestato e seguirono persecuzioni e massacri attraverso la Guardia Nazionale, una formazione paramilitare. Si instaurò un nuovo governo militare guidato da Arif, che ben presto si liberò del partito Baath e governo il paese per cinque anni. Ma il regime di Arif fu sempre instabile e sempre contrastato dal partito Baath che nonostante l’estromissione dal governo riuscì sempre ad organizzare il partito. Furono proprio gli esponenti del partito Baath a prendere il potere ne 1968.

«E così, nel decennio successivo alla rivoluzione del 1958, furono completamente distrutte le colonne portanti della vecchia monarchia, cioè la famiglia reale, il Parlamento, le potenti classi di latifondisti rurali e i vari strumenti dell’influenza britannica, senza che questo si decidesse chi o che cosa le avrebbe sostituite. Insomma, i ba’tisti si dedicarono con vigore a dar vita a uno stato totalitario con una patina repubblicana». Saddam riuscì ad assumere il controllo del partito Baath e assicurarsi il controllo dell’esercito .
«La strategia adottata è senza appello: solo i membri del Baath sono ammessi nei collegi e nelle istituzioni militari; devono sottoscrivere l’impegno a operare nell’interesse del Baath e sanno che, se vengono meno a questo impegno, rischiano la condanna a morte».

Agli inizi degli anni Sessanta Gli Stati Uniti appoggiarono il partito Baath e sostennero anche il colpo di stato del 1968 fino a quando decisero di sostenere la politica dello Scia di Persia. Quando la monarchia Iraniana fu abbattuta dalla Rivoluzione Islamicanel 1979, gli Stati Uniti rimescolarono le alleanze e appoggiarono direttamente e indirettamente il partito Baath [R. Khalidi, La resurrezione dell’impero. L’America e l’avventura occidentale in Medio Oriente, Bollati Boringhieri, Torino 2004].

Quando l’Iran proclamò la Repubblica Islamica, nel febbraio del 1979, Stati Uniti e Unione Sovietica, nel pieno della guerra fredda, guardavano con sospetto e diffidenza la nuova Repubblica degli ayatollah. Gli uni, gli Stati Uniti, poiché perdettero l’alleato prediletto nel golfo, gli altri, l’Urss, poiché uno stato teocratico ai confini avrebbe potuto contagiare le repubbliche a maggioranza islamica.

La guerra del Golfo e la politica Usa

Quando Saddam ordinò di invadere l’Iran, nel settembre del 1980, per consolidare i confini meridionale dell’Iraq e controllare le risorse petrolifere, gli Stati Uniti rimasero neutrale. Ma quando due anni dopo le forze iraniane decisero di spingersi fino a Baghdad, gli Stati Uniti cambiarono politica e sostennero l’Iraq. Alcuni documenti governativi relativi al quel periodo, ora declassificati, riescono a delineare l’appoggio diretto e indiretto che gli Stati Uniti diedero al partito Baath.

L’Iraq ricevette sostegno finanziario esterno dagli Stati Uniti attraverso programmi di prestito da parte degli Stati Uniti. Nel febbraio 1982 il Dipartimento di Stato rimosse l’Iraq dall’elenco degli Stati che sostennero il terrorismo.

Nel tentativo di contenere l’influenza sovietica, la politica americana oscillava tra diverse fazioni.
Come nota Sergio Romano «vi furono momenti in cui dettero armi all’Iran e ve ne furono altri in cui sostenne lo sforzo bellico dell’Iraq»[ Con gli occhi dell’Islam, Longanesi, Milano 2006].

La fine del conflitto dette la sensazione agli americani che nessuno dei due contendenti fosse riuscito ad ottenere il dominio nel Golfo Persico ma in realtà ebbe l’effetto di rafforzare i due regimi. Mentre soffocava Curdi e sciiti, Saddam rafforzò il suo potere controllando con i suoi uomini l’apparato statale iracheno. La prima guerra del Golfo durò circa quaranta giorni, ma Bush senior ordinò alle truppe americane di non prendere Bagdad e quindi evitò di far sgretolare lo stato iracheno.
«Bush capì insomma» – scrive Sergio Romano– «ciò che il figlio dodici anni dopo, ha dato la l’impressione di ignorare: che l’Iraq è uno stato artificiale, un mosaico di gruppi etnico-religiosi di cui soltanto uno, il sunnita ha l’interesse all’unità del Paese»[ Con gli occhi dell’Islam, Milano 2006].

Gli Stati Uniti in Medio Oriente intervennero direttamente per tutelare gli interessi personali e rassicurare l’opinione pubblica, ma evitarono di modificare i delicati equilibri mediorientali. Quando Saddam invase il Kuwait rischiando di alterare gli equilibri energetici dettati dall’approvvigionamento del petrolio, gli Stati Uniti intervennero con la forza, sconfissero il dittatore, ma evitarono che l’Iraq si disintegrasse che le questioni etniche ritornassero a galla.

La fine della guerra del Golfo lasciò delle ferite molto profonde nel tessuto sociale dello stato iracheno, poiché l’imposizione delle sanzioni colpirono gli strati più deboli della popolazione. Le sanzioni prevedevano il divieto di importazioni delle merci e di vendita del petrolio. Soltanto nel 1996 entrò in vigore il programma “Oil For Food”, petrolio in cambio di cibo.

La situazione precipitò, il paese sprofondò in una grave crisi, le sanzioni imposte avevano distrutto le infrastrutture e circa il 70% della popolazione viveva al di sotto della soglia di povertà. Si aggravarono la situazione alimentare, le condizioni sanitarie e la mortalità infantile. Nel 2000 Hans Von Sponeck si dimise dall’incarico di direttore del programma “Oil For Food”, giudicandolo una violazione della Convenzione di Ginevra sul genocidio [Hans Von Sponeck, A Different Kind of War: The UN Sanctions Regime in Iraq, New York, Berghahn Books, 2006]

Anche Denis Halliday si era dimesso per lo stesso motivo. I due diplomatici hanno sostenuto che le sanzioni ai danni dell’Iraq hanno colpito in modo decisivo la popolazione finendo per rafforzare la dittatura di Saddam.

Questo era il quadro della società irachena quando l’amministrazione Bush pianificava l’attacco all’Iraq. La promozione della democrazia era diventata una priorità nella politica dell’Amministrazione Bush, sperando che la democratizzazione del paese avrebbe innescato un effetto domino nella regione.

La pianificazione dell’attacco all’Iraq

Si pensava ad una missione rapida che avrebbe trasformato l’Iraq in un paese libero in cui gli oppositori del regime sarebbero stati riabilitati, un cambio di regime mediante un intervento militare ampiamente pianificato [George Packer, The Assassin’s Gate: America in Iraq, Farrar, New York, Straus and Giroux, 2005; L. Diamond, Squandered Victory: The American Occupation and The Bungled Effort to Bring Democracy to Iraq, New York, Times Books, 2005].

Come hanno ampiamente dimostrato storici, giornalisti ed analisti di politica internazionale, la decisione di attaccare l’Iraq fu presa molto prima del marzo 2003 [Bob Woodward, Plan of attack, 2004,; Paul O’Neill, The Price of Loyalty, Simon and Schuster, New York 2004]

Non fu una reazione immediata agli attacchi terroristici, ma l’intenzione maturò durante un processo che risaliva alle metà degli anni Ottanta, dove alcuni neoconservatori avevano già elaborato piani per invadere l’Iraq. Gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 stimolarono i politici a presentare i piani. Furono adottate molte ragioni per giustificare un attacco già ampiamente pianificato. «Le argomentazioni dell’Amministrazione Bush a favore della guerra compresero, in momenti diversi, la presunta presenza di armi di distruzione di massa, l’incapacità dell’Iraq di conformarsi alle risoluzioni del consiglio di sicurezza dell’Onu, le accuse di legami tra l’Iraq e le organizzazioni terroristiche internazionali come Al-Qaeda, la dittatura di Saddam Hussein e suoi abusi dei diritti umani, e infine ciò ce veniva percepita come responsabilità degli Stati Uniti di liberare il popolo iracheno e democratizzare lo Stato ».

La dichiarazione ufficiale degli Stati Uniti e dell’Inghilterra era perché quel paese stava sviluppando armi di distruzione di massa. Ma dopo l’attacco ammisero l’insistenza delle armi di distruzione di massa.

Altri documenti pubblicati dalla stampa inglese provano che già dall’agosto del 2002 avevano cominciato le manovre contro l’Iraq. Il memorandum pubblicato dal Sunday Times, 1 maggio 2005, provava che le manovre erano iniziate. Firmato da Michael Smith, il reportage provava che fu iniziata una campagna di guerra aerea per provocare Bagdad e spingere Saddam a qualche gesto. Gli aerei alleati bombardarono l’Iraq meridionale dal maggio 2002.

Obiettivo Iraq: l’attacco degli Stati Uniti

La guerra fu breve, iniziò il 20 marzo con una serie di bombardamenti aerei accompagnati da un attacco delle forze di terra.

Quando i carri armati americani entravano a Bagdad, il regime crollava e i dirigenti del partito Baath si dileguarono insieme allo stesso Saddam Hussein. La guerra all’Iraq fu rapida e semplice ma emersero presto le lacune nella fase della pianificazione del dopoguerra. «Gli unici siti importanti conquistati dalle forze d’invasione nei primi giorni di combattimento e posti sotto sorveglianza militare furono gli impianti petroliferi del paese, il Ministero del Petrolio e il Ministero degli Interni. Alla penetrazione dell’esercito non fecero seguito iniziative di assistenza umanitaria, e nelle retrovie ben poche unità combattenti restarono a difendere le città irachene, grandi piccole, che erano cadute» [T.A.J Abdullah, Dittatura, imperialismo e caos. L’Iraq dal 1989, Edt Torino 2008].

Mancò una visione completa della gestione e dell’organizzazione del paese dopo la guerra, a cui si aggiungeva conflitti tra i vari dipartimenti degli Stati Uniti. Una pianificazione mai programmata proprio perché vi furono dissensi circa l’opportunità di portare un attacco all’Iraq.
Mentre l’amministrazione Bush preparava l’attacco militare all’Iraq, si discusse molto negli Stati Uniti circa l’opportunità di attaccare il regime di Saddam Hussein e soprattutto sulle conseguenze che avrebbero recato nella regione. Problematiche ampiamente affrontate da analisti e centri di ricerca che prevedevano uno scenario catastrofico alla caduta dello stato iracheno. Si accese un dibattito e a tutti i livelli si discusse molto sulla questione. Ci fu disaccordo tra i civili del Dipartimento della difesa e i generali dell’Esercito soprattutto sulle modalità d’intervento.

Secondo un rapporto del “National Intelligence Council”, centro di analisi strategica dell’intelligence, riportato dal New York Times, «la guerra in Iraq e altri possibili conflitti futuri potrebbero fornire capacità di reclutamento, campi d’addestramento abilità tecniche e competenze linguistiche a una nuova classe di terroristi professionisti, per i quali la violenza politica diviene un fine in sè»[ New York Times, dicembre 2004].

Alcuni esperti di sicurezza nazionale e studiosi del Medio Oriente si riunirono nella National Defense University, il 20 e 21 novembre 2002, una delle più importanti istituzioni militari, per discutere sull’Iraq e il ruolo di Saddam. «Occupare l’Iraq sarà il compito più spaventoso e complesso che gli Stati Uniti e comunità internazionale si siano posti dalla fine della seconda guerra mondiale» scrivevano nel resoconto finale. Il gruppo raccomandava al primo punto considerando l’alto rischio di disordine interno e conflitto di contribuire al mantenimento di un ambiente sicuro. Si raccomandava una pianificazione del disarmo ed una graduale riduzione dell’esercito ed una utilizzazione controllata delle strutture della polizia irachena. [Thomas E. Ricks, Il Grande Fiasco. L’avventura americana in Iraq, Longanesi, Milano 2006].

Qualche settimana dopo, il 10 e 11 dicembre 2002, esperti militari e specialisti del Medio Oriente si riunirono all’Army War College per studiare la situazione in Iraq, soprattutto nel considerare il dopoguerra. Il gruppo ammoniva l’amministrazione sulla situazione economica dell’Iraq: « Se gli Stati Uniti assumono il controllo dell’Iraq, assumeranno di conseguenza il controllo di un’economia fortemente danneggiata». Raccomandavano di mantenere intatte le forze armate irachene per consentire successivamente di utilizzarle per l’unificazione del paese. Dissolvere l’esercito equivaleva a distruggere l’unico elemento di coesione interno [T.E. Ricks, Il Grande Fiasco, 2006]

Ma quando Paul Bremer fu nominato amministratore dell’Iraq, il 6 maggio 2003, non prese in considerazione nessuna raccomandazione che proveniva dagli ambienti militari e dagli esperti del Medio Oriente, decise di smantellare la struttura militare irachena liquidando l’esercito, oltre trecentocinquanta mila soldati si ritrovarono senza paga e senza assistenza. Furono emanati provvedimenti per cancellare definitivamente le strutture realizzate da Saddam attraverso il processo di de b’atificazione.
Non fu presa in considerazione neanche il piano di J. Garner che aveva proposto di trasformare l’esercito in un corpo utile per riparare le infrastrutture. «La decisione di Bremer – improvvisa, non pianificata ed estremamente pericolosa – è sintomatica della tendenza dell’amministrazione a comportarsi con incredibile arroganza»[T.A.J. Abdullah, Dittatura, imperialismo e caos. L’Iraq dal 1989, Edt Torino 2008]

L’Iraq sprofonda nel caos

Privata delle sue infrastrutture politiche e militari che avevano retto il regime di Saddam, l’Iraq sprofondò nel caos. Il crollo improvviso del regime e la non pianificazione del dopoguerra influì notevolmente sull’evoluzione dello Stato iracheno. Lo Stato cominciò a disgregarsi, non vi furono più forme di controllo da parte della polizia, i detenuti furono scarcerati da Saddam e gli abitanti delle zone più povere di Bagdad diedero l’assalto alle sede governative. Non vi era nessuna forma di controllo sull’ordine pubblico e sulla reperibilità e uso delle armi.

Cominciava subito la resistenza degli iracheni all’occupazione alleata. Inizialmente furono manifestazioni pacifiche. La folla cominciò a saccheggiare ministeri, case, musei, ospedali, banche e tutte le istituzioni oramai prive di alcun controllo. L’esercito americano non aveva la forza necessaria per occuparsi dell’ordine pubblico. I saccheggi furono controllati da bande criminali e detenuti. I disordini crearono devastazioni e distruzioni ritardando notevolmente il processo di ricostruzione dell’Iraq. La resistenza era composta da diverse fazioni che perseguivano obiettivi diversi in un contesto dove regnava il caos e le devastazioni. I sunniti, alleati tradizionali degli Usa, furono messi all’indice dall’amministrazione americana in Iraq accusati di essere responsabili del terrorismo internazionale. Il processo di “de-b’atificazione” trasformò i dirigenti del partito in oppositori degli alleati ed essendo di etnia sunnita in contrasto con la popolazione sciita. Alcuni contestavano l’occupazione militare temendo che potesse essere permanente, gli ex dirigenti dei servizi di Saddam volevano evitare di essere puniti. Accorsero una numero di combattenti stranieri.
Cominciarono gli attacchi da parte della guerriglia, che consistevano in imboscate, lanci di razzi, e anche attacchi suicidi.
«Questi attacchi hanno ben presto coinvolto le installazioni industriali, gli oleodotti, le personalità del nuovo governo provvisorio, la polizia irachena ri-creata dalle forze di occupazione e i contingenti militari dei Paesi che avevano affiancato gli angloamericani. Grave soprattutto è stata la connessione creatasi tra resistenza ba’athista e gruppi del terrorismo islamico internazionale»[R.Radaelli, L’Impatto della politica estera americana sul Golfo Persico, in La sfida americana. Europa, Medio Oriente e Asia orientale di fronte all’egemonia globale degli Stati Uniti. (a cura di Alessandro Colombo), Franco Angeli]

Si scatenò una battaglia guidata da Al Qaida che presero di mira gli sciiti. I sunniti si ritrovarono a combattere contro gli sciiti e gli americani e furono cacciati da gran parte di Bagdad.
Si creò una situazione molto instabile e pericolosa in Iraq. Il piano americano non aveva previsto di fronteggiare la situazione che si poteva creare con la dissoluzione dello stato iracheno. Ma gli Stati Uniti non compresero che la dissoluzione dell’Iraq avrebbe riportato in Medio Oriente vecchie questione mai risolte e congelate dalla politica del partito “baa”t e dalla tirannia di Saddam Hussein.

Convinti di rimodellare il Medio Oriente in poche settimane esportando la democrazia, gli uomini dell’amministrazione Bush decisero di fronteggiare la guerra in Iraq con un contigente di 140 mila soldati senza stabilire un piano per il dopo Saddam. Ma in realtà si trovarono di fronte all’esplosione dello stato artificiale.

A distanza quasi di un secolo dalla nascita dello Stato iracheno ritornano le vecchie problematiche: la mancanza di una forte identificazione nazionale in grado di unificare le diverse anime, una minoranza araba sunnita che deteneva realmente il potere politico militare, una minoranza curda ed una maggioranza araba di religione sciita. Privo di qualsiasi elemento di coesione, lo stato iracheno crollò immediatamente.
Si instaurò un crescente di violenza legata anche alla situazione economica e sociale conseguente al crollo del regime.

Il fallimento del progetto “Il Grande Medio Oriente”

L’intervento americano aveva regalato ai terroristi un vero e proprio campo di battaglia, consentendo ai gruppi terroristici di penetrare nel territorio iracheno e stringere alleanze con tribù sunnite. Proprio la conoscenza del territorio da parte dei sunniti aveva permesso ai gruppi terroristici di accrescere la loro influenza
L’occupazione militare, la netta frattura creatasi nella società irachena e gli scandali sugli abusi ai prigionieri, alimentarono la rabbia popolare araba nei confronti degli Stati Uniti

Quando gli Usa si resero conto che l’ impiantazione artificiale della democrazia nel Grande Medio Oriente era fallita provocando una pericolosa instabilità nell’intera area mediorientale, cercarono di minimizzare i rischi attraverso un modello più equilibrato. Utilizzarono sostegni regionali per consentire la ripresa della stabilità , cambiarono la rotta nella politica mediorientale ritornando ad una politica di accordi con il regine sunnita. I sunniti divennero i primi bersagli della resistenza irachena, poi furono trasformati in un argine alla penetrazione di Al Qaeda e dell’Iran-

Nella primavera del 2007 vi è stato avvicinamento tra i sunniti e gli Stati Uniti in Iraq, sono stati elargiti cospicui finanziamenti alle tribù in cambio di un allineamento con gli Stati Uniti e conclusi alcuni accordi con una rete di gruppi di resistenza antiamericana. Quest’alleanza è stata possibile poiché i gruppi sunniti hanno rifiutato i metodi di Al Qaeda, e hanno tentato di arginare il pericolo sciita. Questi accordi hanno consentito di ridurre fortemente il numero dei morti sia tra i civili sia tra i militari. Per favorire questa reintegrazione gli Stati Uniti hanno favorito l’approvazione di alcuni provvedimenti legislativi che consentono la reintegrazione dei sunniti nella società irachena. Il parlamento iracheno ha approvato tre leggi, la prima la “de-b’aathizzazione”, una’amnistia parziale per migliaia di detenuti in gran parte sunnita.

La riabilitazione del partito Baath

Nel gennaio 2008 Baghdad ha riabilitato il partito Baath, i sunniti che erano stati emarginati dal potere degli sciiti ritornavano legittimamente in primo piano nella vita politica e civile irachena. La nuova legge introduceva il reintegro degli incarichi pubblici di migliaia di appartenenti al partito Baath bloccando le epurazioni che avevano contributo ad inasprire il conflitto tra sciiti e sunniti. Riabilitare i sunniti è stato il frutto di un accordo che accontentava entrambe le parti: gli Stati Uniti che eliminavano il fattore di inabilità nel paese, mentre i gruppi sunniti avevano bisogno di soldi ed armi per entrare a far parte del nuovo esercito e frenare l’espansione degli sciiti. Nacque in tal modo il Consiglio del Risveglio, nella provincia di Anbar, per iniziativa dei leader tribali.

Riflettendo sulla guerra in Iraq, sulle conseguenze apportate sulla popolazione, il caporedattore del “The Washington Post”, Philip Bennett, scriveva che «mentre la guerra è andata avanti, le storie degli iracheni sono state oscurate dalla vicenda drammatica della nostra stessa esperienza nella sua intensità». L’informazione, prosegue Bennet, si è concentrata esclusivamente sugli americani in guerra, dispacci, opinioni riflettono esclusivamente il lato americano. Non si conoscono le opinioni degli iracheni sulla presenza statunitense e se la stabilità potrà portare alla costruzione di una nuova nazione. La violenza che si è scatenata in Iraq, ha anche contributi a delineare una distanza tra i media e la popolazione, i giornalisti hanno evitato il contatto quotidiano con la popolazione e iracheni ributi a delineare una distanza tra i media e la popolazione, i giornalisti hanno evitato il contatto quotidiano con la popolazione e hanno continuato a lavorare nascosti nei convogli e in zone sicure. Non solo. Senza contare i danni arrecati alla popolazione. Nessuno fece previsioni riguardo la sorte della popolazione irachena, né la Cia, né Rumsfeld, né Il Dipartimento di stato. Ma le agenzie umanitarie internazionali avevano stimato i danni che avrebbero subito i civili [Philip Bennet, Quello che non sappiamo dell’Iraq, The Washington Post, 15 marzo 2009].

«Studi di prestigiose organizzazioni mediche- scriveva prima dell’attacco Noam Chomsky– stimano che il bilancio dei morti potrebbe essere di centinaia di migliaia . Documenti riservati delle Nazioni Unite avvertono che la guerra potrebbe scatenare un’emergenza umanitaria di dimensioni eccezionali, con la possibilità che il 30 per cento dei bambini muoia di malnutrizione Il governo degli Stati Uniti oggi non sembra prestare ascolto agli avvertimenti delle agenzie umanitarie sulle terribili conseguenze di un attacco» [N.Chomsky, Iraq, le ragioni del no alla guerra, 3 marzo 2003].

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